Il vaccino antimeningococco

Il vaccino antimeningococco NON è raccomandato tra due mesi e 10 anni di età

Lo scorso mese di maggio pubblicammo un articolo denunciando il rischio che i bambini italiani diventino cavie per il vaccino contro la meningite B, come già accaduto in passato per altri tipi di vaccini. Inutile scrivere che, in qualche “venditore”, la nostra disamina aveva procurato qualche fastidio.

La scorsa settimana sono uscite le Linee Guida sull’uso del vaccino anti-meningococco nei bambini e negli adolescenti, scritte dalla Commissione Malattie Infettive dell’American Academy of Pediatrics [AAP], pubblicate su Pediatrics, che NON raccomandano la vaccinazione di routine nei bambini tra due mesi e 10 anni di età se non in presenza di un aumentato rischio di malattia meningococcica.

Come nostra abitudine, abbiamo atteso qualche giorno prima di riportare la notizia [apparsa nei vari portali d’informazione medica] per constatare se i soliti “venditori”, che tanto si affannano a contestare il contenuto del nostro sito, avrebbero pubblicato questa notizia per dimostrare quella correttezza professionale di cui si fregiano a parole ma che, a conti fatti, gli sfugge e non gli appartiene affatto.

Ovviamente permane il silenzio sulle nuove indicazioni dell’AAP che aggiornano e ribadiscono quelle del 2011, integrando altresì le indicazioni dei Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta ma pubblicate prima della commercializzazione dei vaccini  MenACWY-CRM [Menveo, Novartis] e Hib-MenCY-TT [MenHibrix GlaxoSmithKline] per uso pediatrico.

Il consiglio è di usare il vaccino anti-meningococco di routine negli adolescenti e giovani adulti, limitandone l’uso sotto i 10 anni tranne i casi di aumentato o persistente rischio di malattia meningococcica invasiva.

Un altro punto saliente è la scelta del vaccino. La vaccinazione infantile di routine con vaccini meningococcici coniugati non è raccomandata per i bambini da 9 mesi a 10 anni di età, per il basso tasso di infezione in questa fascia di età, per la risposta immunitaria meno forte rispetto ai bambini più grandi, agli adolescenti e agli adulti, e perché non si conosce la durata della copertura.

Pertanto, evitando di ripetere ciò che abbiamo scritto in precedenza, ci limitiamo a ricordare che negli ultimi 20 anni la distribuzione dei sierogruppi del meningococco, implicati in forme sistemiche negli Stati Uniti, si è molto modificata. Circa il 30% dei casi è sostenuto dai sierogruppi B, C e Y, anche se la distribuzione varia nei diversi luoghi e nel tempo. Circa tre quarti dei casi fra gli adolescenti e gli adulti sono causati da sierogruppi C, Y e W135. Nel lattante prevalgono i casi da sierogruppo B ma gli Stati Uniti, a differenza dell’Italia, non hanno ritenuto necessaria l’introduzione di un vaccino sottoposto a monitoraggio addizionale.

Come siamo messi in Italia?

La somministrazione del vaccino antimeningococco è eseguita in modo difforme, per tutti i vari sierogruppi, in tutte le regioni d’Italia.

Men che meno possiamo contare su un sistema di sorveglianza degno di questo nome se, come è possibile verificare, i dati di sorveglianza sono fermi al parziale di aprile 2013 [costoro sono tutte persone che paghiamo profumatamente con le nostre tasse!].

A parte le malattie invasive, i meningococchi, come abbiamo già spiegato più volte, sono comuni abitanti delle vie aeree superiori in un buon numero di bambini. E, ripetiamo, la frequenza dei casi di meningite e sepsi meningococcica nelle varie regioni italiane rientra negli ultimi anni, non certo per meriti vaccinali, nelle medie storiche stagionali a tal punto che non presenta alcun fenomeno allarmante come i venditori di vaccini vogliono far apparire.

 

Confrontando poi nei dettagli i dati italiani con altri Paesi europei, attraverso i canali europei della Commissione per la Sorveglianza delle Malattie Infettive, emerge che l’incidenza della meningite meningococcica nel nostro Paese rientra nella fascia più bassa con meno di 1 caso ogni 100.000 abitanti.

incidenza_meningococco

L’osteopatia è una professione autonoma

Professioni sanitarie. Registro Osteopati al Conaps: “Nessuna duplicazione, l’osteopatia è una professione autonoma”

Il Roi inerviene su quanto sottolineato nella lettera indirizzata dal Conaps al ministro della Salute, Beatrice Lorenzin. Per il Registro degli osteopati italiani non esistono sovrapposizioni con altre professioni sanitarie esistenti. “L’osteopatia non è una tecnica o un approccio, ma una professione con un proprio impianto tecnico-pratico definito e riconosciuto dall’Oms”.

n questi giorni la XII Commissione del Senato della Repubblica ha ripreso l’iter dei lavori sugli emendamenti al Ddl 1324 del Ministro Lorenzin che, fra gli altri, si propone di regolamentare il settore dell’osteopatia, attraverso il riconoscimento come nuova professione sanitaria. Il Registro degli Osteopati d’Italia, associazione di categoria con oltre 2.000 iscritti e referente italiano di associazioni sovranazionali di osteopati – come ad esempio l’European Federation of Osteopaths e l’Osteopathic International Alliance – nel corso degli ultimi mesi ha collaborato con la Commissione e con il Ministero della Salute per una corretta formulazione del profilo professionale dell’osteopata.

All’interno di questo quadro e a seguito della lettera inviata al Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, ai Senatori membri e al Presidente della XII Commissione del Senato dal Conaps, il Roi ha voluto chiarire alcuni punti “a beneficio di un’informazione chiara e completa”. Nello specifico:

– L’osteopatia non deve essere considerata una tecnica o un approccio, ma, come riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, è una professione sanitaria di contatto primario con competenze di diagnosi, gestione e trattamento dei pazienti, esclusivamente manuale, che si indirizza a tutti i cittadini, dal neonato all’anziano. Per questo motivo ritiene opportuno che venga riconosciuta come professione sanitaria di ruolo con Laurea Magistrale a ciclo unico

– Come tale, non esiste alcuna sovrapposizione con altre professioni sanitarie esistenti: è bene fare chiarezza sugli ambiti esclusivi di intervento che per l’osteopata sono la valutazione osteopatica tramite la palpazione percettiva seguendo i modelli di relazione struttura-funzione, la stimolazione del potenziale di autoregolazione dei tessuti tramite la normalizzazione della disfunzione somatica e il ripristino dei ritmi biologici involontari riflessi

– La formazione attuale degli osteopati avviene in strutture private e non potrebbe essere altrimenti per una professione non ancora riconosciuta. Il Roi ha negli anni lavorato per colmare il vuoto legislativo istituendo una Commissione Didattica ed una Commissione Ricerca impegnate nel controllo dei requisiti formativi delle scuole (sono circa 20 le strutture certificate dal Roi e per le quali l’Associazione garantisce la formazione adeguata) e nell’aggiornamento continuo dei professionisti. Questo consente la tracciabilità dell’equipollenza dei titoli degli osteopati. Ad avvalorare l’alto livello di questi istituti privati sono gli stessi professionisti sanitari provenienti da altre discipline, che hanno deciso di completare il loro percorso formativo utilizzando i corsi part-time di osteopatia (120 crediti formativi) delle scuole Roi, o le Università che hanno recentemente iniziato ad avvalersi, nei loro Master, di docenti e programmi sviluppati all’interno delle scuole di osteopatia che aderiscono ai criteri formativi stabiliti dal Roi.

Il Roi ribadisce pertanto la necessità di una regolamentazione urgente del settore a tutela della salute dei cittadini che sempre più si rivolgono all’osteopatia per il mantenimento dello stato di salute, a partire da tre punti fondamentali:

– Il riconoscimento dell’osteopata come professione sanitaria indipendente senza far perdere l’identità ad altre professioni sanitarie a tutto danno dei pazienti che rischierebbero di ricevere un cattivo servizio, oltre ad essere disorientati dalla sovrapposizione dei approcci diversi.

– La Laurea Magistrale quale percorso accademico più appropriato per formare gli osteopati di domani in modo autonomo.

– Un percorso chiaro che porti al riconoscimento dei titoli pregressi da parte degli osteopati già praticanti o che hanno già intrapreso il loro percorso di studi.

Tratto da: www.quotidianosanita.it

reflusso-neonati

Reflusso gastroesofageo nei neonati

L’osteopatia è una terapia manuale dolce che si avvale di manipolazioni delicate e indolori che possono aiutare ad alleviare numerosi disturbi, anche nei bambini piccolissimi. Uno dei più frequenti è il reflusso gastroesofageo, che comporta il passaggio di materiale gastrico lungo l’esofago, con rigurgiti anche abbondanti.

1. Le cause: immaturità del cardias o compressione del cranio
A causare il reflusso può essere un’immaturità del cardias (lo sfintere posto tra stomaco ed esofago che dovrebbe chiudersi proprio per impedire la risaluta di cibo) ma anche una compressione del cranio al momento del parto. “Il parto, anche se si è svolto nel migliore dei modi, rappresenta pur sempre un trauma per il bambino, per il sol fatto che deve passare attraverso un canale più stretto rispetto alla sua testa – dice Silvia Ballabio, osteopata presso il reparto di pediatria e neonatologia dell’ospedale di Desio (MB) e docente ICOM (International College of Osteopathic Medicine).
“Durante questo passaggio, si verifica una compressione delle ossa craniche, che nella maggior parte dei casi si riallineano da sé in breve tempo. Altre volte invece, specie se il bambino ha un cranio grande o se il parto è stato lungo o difficoltoso, si possono creare delle compressioni su alcune strutture nervose, tra cui il nervo vago, che innerva lo stomaco”.

2. L’osteopata interviene sulle strutture nervose
L’osteopata può intervenire agendo su diverse strutture: la base del cranio (in particolare l’occipite) allentando la compressione sul nervo vago; la colonna dorsale alta in mezzo alle scapole, che è la zona che va ad innervare lo stomaco; in più può andare ad agire direttamente sull’addome, con manipolazioni che rilasciano la parete gastrica, la parte bassa dell’esofago e il diaframma (il muscolo che separa la cavità toracica da quella addominale).
“Si tratta sempre di manipolazioni molto delicate, che non disturbano il bambino e che, in poche sedute, consentono di migliorare notevolmente il problema fino a risolverlo” dice l’osteopata Silvia Ballabio. Specie se si abbinano alcuni accorgimenti posturali, come quello di allattare il bambino tenendolo in una posizione più verticale o di non metterlo sdraiato appena finita la poppata.

3. Quali altri disturbi possono essere alleviati con l’osteopatia
Possono beneficiare delle manipolazioni osteopatiche anche altri disturbi tipici dei bambini piccoli, come disturbi del sonno, coliche, irritabilità, asimmetrie craniche (le cosiddette plagiocefalie), torcicolli, piedini torti; nei più grandicelli, si può agire su stitichezza, otiti ricorrenti, scoliosi.

4. Efficace anche sui piccolissimi
A partire da che età si può fare un trattamento di osteopatia? “Il trattamento è tanto più efficace quanto prima viene effettuato, perché la disfunzione osteopatica è meno strutturata e meno radicata” risponde l’osteopata: “è il motivo per cui i bambini rispondono sempre in minor tempo ai trattamenti rispetto agli adulti, nei quali un disturbo ha avuto il tempo di consolidarsi. I neonati hanno grandissime capacità di autoguarigione e per questo in ospedale vengono trattati anche i piccoli nati pretermine, che hanno spesso coliche, rigurgiti, plagiocefalie.”

5. In sinergia, non in sostituzione delle terapie mediche
L’osteopatia può affiancarsi efficacemente ad eventuali terapie mediche e agire in sinergia con esse: se il bambino ad esempio ha un reflusso gastroesofageo importante e il pediatra ha ritenuto opportuno somministrare medicinali, l’osteopatia non sostituisce il farmaco ma può aiutare a ridurre la durata della terapia farmacologica; se c’è un’otite batterica, l’antibiotico è inevitabile, ma il trattamento osteopatico può far diminuire gli episodi di otiti nel corso dell’anno. Così come vi sono problematiche per cui l’osteopatia costituisce la terapia elettiva, come nel caso delle asimmetrie craniche.

6. A chi rivolgersi per trovare un osteopata qualificato
Per trovare un osteopata si può andare sul sito di alcune associazioni professionali tra cui ROI (Registro Osteopati d’Italia, www.roi.it) o Fesios (Federazione Sindacale Italiana Osteopati www.fesios.org), dove sono riportati gli elenchi, regione per regione, degli osteopati che hanno seguito l’iter formativo standard di 5 o 6 anni.
Per trovare invece un osteopata specializzato sui bambini, dal momento che non esistono elenchi specifici, si può provare a telefonare a un osteopata della propria zona, che sicuramente saprà indicare un collega esperto; anche se il sistema migliore è sempre il passaparola tra mamme!

Tratto da:www.nostrofiglio.it